Sabato, 03 Luglio 2010 12:09

L'aratura

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Prima dell’avvento dei mezzi meccanici, per arare si impiegavano solitamente i buoi, ma non era raro che qualcuno aggiogasse un mulo o un asino.
Ru alàne era colui che, possedendo una coppia di buoi, arava i campi per professione, servendo a turno i contadini che lo domandavano a iurnuàta.

L’aratro, chiamato pertecàra, era costituito dalla bure (la vìura), dal vomero (la vèmbra), e dall’orecchia (la tàvera). Il vomero era regolato in altezza da una vite, ru vënghië, per ‘dare la terra’ e stabilire la profondità del solco. Ru dëntàlë infine serviva a guidare l’aratro e a tenere una direzione.
Dopo aver arato, si usava spianare il terreno rompendo le zolle con il bidente e livellando il terreno, acchianà. A metà del mese di aprile, aveva luogo la sarchiatura, a zappërëià, per mondare il terreno dalle erbacce. A questo scopo si utilizzava ru zappëtìglië, una zappa leggera, stretta e lunga.
Un’analoga operazione, a munnà, si faceva, anche se non da tutti, a maggio inoltrato, estirpando le erbacce con l’aiuto delle sole mani. Piccoli appezzamenti di terreno si dissodavano direttamente con il bidente. Allo stesso modo si trattava la capëtëna [dal latino capitianea], la parte del fondo, di solito l’angolo, che l’aratro non riusciva a raggiungere oppure la zona del campo riservata alle manovre dell’aratro.

Letto 1968 volte Ultima modifica il Giovedì, 05 Maggio 2016 20:33

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